Yoshinori Ono: la vita (troppo) intensa del decano del fighting game

Pubblichiamo la traduzione integrale di una bella intervista di Simon Parkin dalle colonne di Eurogamer.net al produttore Yoshonori Ono di Capcom. Ono, conosciuto ai più come il padre-padrone della moderna incarnazione del franchise Street Fighter ma anche di tutti i principali fighting games del publisher di Osaka, ripercorre nella chiacchierata con il giornalista registrata allo showcase Captivate di Roma i recenti sviluppi della propria carriera dopo la preoccupante malattia che ne ha causato il ricovero in ospedale in aprile. Non mancano nelle parole di Yoshinori Ono anche parole di profonda amarezza per il trattamento piuttosto freddo e distaccato ricevuto dalla compagnia in cui lavora da ormai 20 anni a seguito del suo collasso, ma anche interessanti dettagli sulla rinascita del brand di Street Fighter nel 2008, dopo che per 10 anni la serie era stata dichiarata morta e sepolta. Buona lettura a tutti!

 

I rumori sulla morte di Yoshinori Ono sono stati senza dubbio esagerati. Seduti nella lobby di un hotel di Roma, tre settimane dopo essere stato dimesso dall’ospedale, il custode creativo di Street Fighter appare con un salutare colorito rosso sulle sue guance paffute, mentre non è mai sbiadito quel sorriso irreprensibile che lo rende da anni uno dei visi più ”amichevoli” della compagnia per cui lavora, la Capcom.

Ma le apparenze tradiscono probabilmente le circostanze dell’improvvisa malattia che ha colpito Ono nell’aprile 2012 in maniera tanto seria quanto inaspettata. La riluttanza del suo datore di lavoro a rilasciare fin da subito una dichiarazione precisa sull’accaduto, non ha fatto altro che dare il via a voci di corridoio incontrollate. Ad essere sinceri, la partecipazione di Ono alla manifestazione Captivate, lo showcase annuale di Capcom, era del tutto inaspettata, inaspettata persino per molti dei dipendenti del publisher che sanno di ciò che avviene ai piani alti dell’azienda né più né meno di quanto non sappia il fan comune di Ono.

“Dunque, cosa è successo esattamente?”, domanda Simon Parkin.

Come è accaduto praticamente sempre ultimamente, anche le recenti giornate di lavoro di Ono sono state piene zeppe di impegni. Dopo il gigantesco successo di Street Fighter 4 nel 2008, al producer è stata affidata la responsabilità sia della direzione creativa del gioco, sia quella dell’intero marketing per tutti i fighting games della compagnia. Con il rilascio di ogni titolo strategico per la lineup di Capcom, la schedulazione degli impegni in agenda è diventata per Ono sempre più pressante. A complicare il tutto c’è il fatto di dover apparire in ogni evento pubblico sempre fresco e in piena forma di fronte a moltitudini di giornalisti o fans da convincere e motivare opportunamente rispetto alla bontà di un certo prodotto, ed in continua sfida della propria resistenza fisica mentre vola senza sosta da una parte all’altra del mondo per eventi che si susseguono uno dietro l’altro.

Il primo incontro di Ono con Street Fighter è avvenuto subito dopo l’inizio della propria avventura in Capcom. Qualcosa che ha definito per sempre il corso della sua carriera.

La parte finale del suo più recente tour promozionale è terminato a Singapore, con il volo di ritorno atterrato a Osaka nella tarda notte di una domenica d’aprile. Ono si è buttato esausto sul letto della propria casa, tentando di dimenticarsi di tutto il lavoro che di lì a poche ore lo avrebbe atteso in ufficio per la durata dell’intera settimana.

“Ad un certo punto mi sono svegliato e sono andato in bagno. Quando ho aperto la porta, mi è sembrato che ci fosse uno strano vapore che salisse dal pavimento. Strano, ho pensato, quel ‘vapore’ continuava a salire ed ho iniziato ad avvertire come un senso di soffocamento; poi, quando quella nebbia ha raggiunto l’altezza della mia testa mi sono sentito mancare e sono svenuto per terra”, spiega Ono.

“Mia moglie era a casa, e ha sentito il tonfo nel bagno. Dopo l’accaduto, mi ha raccontato di essere corsa in mio aiuto e che no, non c’era alcun vapore nella stanza, solo il mio corpo sul pavimento. Ha chiamato un’ambulanza ed è venuta con me in ospedale. Quando sono rinvenuto, il dottore mi ha detto che il livello di acidità del mio sangue era pari a quello di qualcuno che aveva appena finito di correre una estenuante maratona. Mi ha chiesto ‘Ono-san, in che razza di attività si è cimentato ultimamente?’. Io gli ho raccontato che semplicemente mi sono alzato dal letto per andare in bagno e che poi sono collassato, ma lui non mi ha creduto. Penso che la vera causa sia che sto lavorando davvero troppo e che… beh, la mia barra di energia si è ridotta ad un punto”.

“Un difetto nel sensore del vapore?”, scherza il giornalista, e Ono inizia a ridere istericamente. Ride molto, Ono; un risolino onnipresente che scandisce tutte le sue frasi come farebbe un giullare. Gli piace scherzare e fare battute, e gli piace vedere la gente ridere.

Anche mentre parla di quella volta che è quasi andato in coma, meno di due mesi fa, mette una generosa risata in ogni frase; a volte è difficile capire se stia cercando di mascherare le sue vere emozioni o se invece voglia solo vedere il lato buono delle cose peggiori che possono accadere nella vita.

“Vede, Capcom non permette che nei propri uffici vi sia alcuna rappresentanza di sindacati dei lavoratori o associazioni a tutela dei diritti del lavoro”, dice ridacchiando, “quindi se solo osassi protestare verrei certamente licenziato. Scriva questo per me, ok? Vorrei che lei scrivesse ‘Capcom sfrutta Ono ad oltranza’. Questo sarebbe il titolo perfetto”.

Parkin lancia al tizio delle Public Relations di Capcom uno sguardo apologetico; lui sospira e guarda per terra. Ono, accorgendosi dello scambio di occhiate, si gira verso di lui e gli dice con fare sarcastico: “Aspetta e vedrai. Un giorno anche tu collasserai sul pavimento”.

“No, non intendevo dire nulla di serio, Ono-san”, puntualizza Parkin tornando a parlare col game director; “Ho sentito che in Capcom le avrebbero sconsigliato di intraprendere questo viaggio e che invece sarebbero stati più contenti se lei fosse rimasto a casa per riposare…”

Non bisogna mai fidarsi dell’intervistato che cerca di scrivere con le sue stesse parole il titolo che il giornalista dovrebbe dare al pezzo.

“Chiunque le abbia detto questo le ha mentito spudoratamente”, risponde Ono mentre il suo sorriso sparisce dietro l’aggrottarsi di ciglia. “La situazione è esattamente all’opposto. Nessuno mi ha chiesto di riposare; quando sono tornato al lavoro, in Capcom sembrava che neppure sapessero che ero appena stato dimesso da un ospedale. Non c’è stato alcun cambiamento nella mia tabella degli impegni, e sono stato solo una settimana a casa per riposarmi su ordine dei medici, prima di riprendere la mia attività in ufficio. Il giorno in cui ho rimesso piede in azienda, ho trovato ad attendermi sulla scrivania il biglietto aereo di andata e ritorno per Roma. Praticamente non c’è stata nessuna pietà per me; tutti nella compagnia mi dicono ‘Ono-san, siamo stati molto in pensiero per lei’, dopo di che mi allungano dei fogli con una lista infinita di impegni da rispettare e di cose da fare”.

Negli anni successivi al lancio di Street Fighter 4, Ono è diventato di fatto il “viso pubblico” di Capcom, aggiungendo personalità e humor alle Public Relations di un publisher la cui reputazione rischiava ad un certo momento essere caratterizzata più dalle notizie delle dipartite in rapida successione di alcuni importanti game designers tra le sue fila (come Shinji Mikami, Hideki Kamiya e Keiji Inafune) piuttosto che per i suoi prodotti.

E’ possibile che il super-lavoro a cui è stato soggetto Ono - e che lo ha quasi trascinato nell’oltretomba – sia in qualche modo connesso al fatto di essersi ritrovato a dover interpretare volente o nolente il ruolo di mascot della compagnia?

In realtà, ad Ono non sembra dispiacere troppo questa idea: “Fortunatamente, non c’è alcuna pressione proveniente da questo. Ho una passione naturale per l’interazione con le persone, per ridere e scherzare con chiunque. Mi piace anche Twitter; a volte alcuni mi scrivono per dirmi ‘Capcom fa schifo’, o anche ‘Ono fai schifo’, e così via; ma io riesco a vedere qualcosa di positivo anche in certe pesanti critiche, perché vuol dire che le persone prestano attenzione e si interessano a ciò che faccio. Ovviamente mi premuro di ascoltare sempre la community e tutti i consigli costruttivi che provengono da essa. Inoltre non penso che tra essi ci sia qualcuno che voglia accoltellarmi, giusto? Finché non c’è nessuno che vuole piantarmi un coltello nella schiena, sono più che felice di prendermi delle critiche!”

Questo desiderio di attenzione accompagna Ono fin dalle scuole medie, quando era un giovane geek appassionato di videogiochi e coding: “Ogni fine settimana mi recavo in una grande libreria al centro della cittadina in cui abitavo, per leggere libri di programmazione. I negozi più piccoli non trattavano certi tipi di manuali, e d’altra parte era piuttosto difficile trovare in giro questi libri. Leggevo tre o quattro pagine alla volta e cercavo di memorizzarne i contenuti. Non c’erano mica gli smartphones con le videocamere integrate allora, quindi non avevo altra scelta che imparare i contenuti a memoria. Dopo andavo ad un McDonald lì vicino, mi sedevo e trascrivevo su un taccuino tutto il codice che ricordavo di aver letto. Quando avevo finito tornavo indietro in libreria e ripetevo daccapo l’intero processo.

Quando iniziai il liceo scoprii che il fatto di essere un geek a cui piaceva imparare a memoria intere porzioni di codice macchina lette sui libri non era  esattamente la cosa più popolare del mondo con le ragazze. Quindi decisi di imparare a suonare qualche strumento musicale, perché… beh, alle ragazze piace andare ai concerti e urlare ai membri di una band. E a me l’idea piaceva non poco. 

Il fatto è che come strumento scelsi le tastiere, e lì per lì non realizzai che suonare le tastiere in una band è la cosa meno ‘cool’ del mondo. I tastieristi restano sempre in background in un gruppo, un po’ come i batteristi. Quindi anche durante il mio periodo alla scuola superiore, il fatto di suonare in una band non mi dette alcuna fortuna aggiuntiva con le ragazze”.

Nonostante la scoperta delle proprie attitudini musicali al liceo, Ono non ha mai dimenticato per un solo momento il suo amore per i computer, cosa che lo guidò a scegliere la facoltà di architettura all’università: “Uno dei motivi principali per cui decisi di andare all’università è che lì avrei potuto usare i computer. Volevo studiare una disciplina che includesse la possibilità di utilizzare un qualche tipo di super computer in centri di calcolo appositi. Al tempo non c’erano così tante università che offrivano questo tipo di opportunità, quindi scelsi specificamente lo studio della disciplina della architettura applicata alla meccanica, che dava accesso agli studenti all’uso di un super computer. Appena potei mettere le mani su un vero sistema di calcolo distribuito, non mi interessò praticamente più nulla di Architettura!”

Fu proprio a quel tempo che Ono iniziò anche a suonare la chitarra, (notando egli ironicamente che “all’università la mia fortuna con le ragazze fu molto migliore di quella che ebbi al liceo”), e iniziò a specializzarsi nel rendering delle sostanze fluide con programmi di grafica tridimensionale. “Non programmavo videogiochi in quel periodo, ma ero molto interessato alla grafica e all’interattività. Alla fine degli anni ’80 il rendering dei fluidi in 3D era considerata un’attività di alto livello tecnologico, e quella divenne il mio focus e la mia specialità. Al termine del quarto anno universitario, il mio tutor mi disse che ormai ero diventato talmente bravo che se avessi voluto avrei potuto prendere parte ai laboratori riservati agli specializzandi post-laurea”.

Mentre Ono era ancora indeciso se continuare i propri studi o mettersi piuttosto alla ricerca di lavoro, gli capitò di leggere su un giornale un annuncio di lavoro relativamente alla ricerca di un composer in Capcom: “Conoscevo il nome dell’azienda perché avevo giocato tantissimo a Final Fight in sala giochi”, ricorda, “quindi pensai: ‘wow, quindi potrei creare giochi, scrivere musica per essi e persino essere pagato per farlo?! Sembra troppo bello!’. Andai a casa e registrai un demo-tape suonando diversi brani su chitarra. Qualche giorno dopo aver spedito il nastro, ricevetti una chiamata di Capcom per la partecipazione ad un colloquio di lavoro. La sera successiva a quell’incontro, fui richiamato dall’azienda e il tizio all’altro capo del telefono mi disse: ‘Ono-San, può cominciare a lavorare con noi dalla prossima settimana’.

Al giorno d’oggi i processi di recruiting sono molto più lunghi e complessi, ma quello era il 1993 e tutto funzionava più speditamente”.

Daniele Mancuso

Daniele Mancuso

Responsabile editoriale di UnlimitedAmmo


4 responses to “Yoshinori Ono: la vita (troppo) intensa del decano del fighting game”

  1. Federico "quetzalcoatl" Lelli

    Le sue parole sono così sincere che fanno quasi male, ha reinventato un genere dal nulla e s’è beccato un esaurimento nervoso in cambio.

  2. fausto canale

    …dal punto di vista umano (ma perchè..esiste ancora la… umanità!?!!..mah..),non posso che condannare il comportamento freddo e burocrate di Captive Com…ma ricordo ,essendo un ostinato nostalgico di oltre 40 anni, quando una certa Sony si affidò anima e corpo al Dio Ken Kutaragi..che forte della sua prima ed esplosiva apparizione sul mercato colla mastodontica Pleistescion…(anche se parte del progetto era della mitica Nintendo eh eh )…credette di rinnovare il successo con Ps3 e i suoi Cell…risultato…oltre un anno di vantaggio alla temibile Microsoft e successiva messa in vendita di un hardware + costoso e meno potente…quasi collasso per la Sony,perchè gl’investimenti sul Cell imposti da Kutaragi furono pesanti.Morale…non puoi affidare ad una sola persona,per quanto capace,il destino di una grande azienda..o di migliaia di persone…occorre si,mitigazione dei rapporti umani, ma a decidere deve essere un Consiglio..un Istituto…un Gruppo di persone esperte…e Miyamoto…il + grande di tutti, ce nè dà una ampia dimostrazione…umiltà…in tutte le situazioni…
    olà…..bella ezine….mi ricordate GamePower e il mitico Apecar…. ;)

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